chisonofotolibriinchiestecommentinordisti



IN LIBRERIA

IL GRANDE VECCHIO
di Gianni Barbacetto Rizzoli Bur


IL MISTERO SINDONA, prefazione
di Gianni Barbacetto
Alet edizioni


A TEATRO

IN GALERA!

Lo spettacolo sulle intercettazioni telefoniche che non leggeremo mai più.

Conduce Gianni Barbacetto.
Teatro Ambra Jovinelli, 23 giugno 2009, Roma


VIDEO 1
VIDEO 2
VIDEO 3
VIDEO 4


DIARIO MILANESE

I 6 divieti Moratti
Expo, però...
Sicurezza
Anni’70
Derivati in Comune
Madaffari
Quarto Oggiaro
Mafia a Milano
Le nuove povertà

IL RITORNO DEL CAIMANO
Come una democrazia si trasforma in regime. L'incredibile Italia 2008

PERCHE' B.
HA VINTO
Su Barabba, Ponzio Pilato, Umberto Eco e altro ancora


Sono in libreria


Gianni Barbacetto
Peter Gomez
Marco Travaglio
Mani Sporche

2001-2007. Così destra e sinistra si sono mangiate la seconda Repubblica

Chiarelettere
2007
 
 

Antonio Di Pietro con Gianni Barbacetto
Il guastafeste

La storia, le idee,
le battaglie di un ex magistrato entrato in politica senza chiedere permesso

Ponte alle grazie
2008

 
 
shim shim

Fine impero
Silvio Berlusconi alla sua battaglia finale




17 ANNI. ANCHE STAVOLTA NON HA ASPETTATO I 18.

COMUNQUE IL BLOG DI GIANNI BARBACETTO SI TRASFERISCE
SUL SITO DEL "FATTO QUOTIDIANO" >>>






LICIA RONZULLI E LE FESTE DI SILVIO
A seguito di un bonario accordo intervenuto con l’europarlamentare On. Licia Ronzulli, che ha deciso di rimettere la querela già presentata nei miei confronti innanzi la Procura di Milano>>>

"Parlerò, parlerò...". Se ne va per sempre
l'uomo che parlava a intermittenza

Se n'è andato per sempre l'uomo che avrebbe potuto scrivere il libro più completo sulla storia della mafia a Milano. Filippo Alberto Rapisarda è morto, a settant'anni, nella struggente palazzina cinquecentesca di via Chiaravalle, tra via Larga e l'Università Statale, a cento passi dal Duomo, dove ha trascorso tutta la sua vita milanese e dove nel 1994 è nato il primo club di Forza Italia. Nelle ultime settimane viveva con accanto una macchina che lo aiutava a respirare, ma non ha mai smesso di fumare. Tra una sigaretta e l'altra, diceva: "Parlerò, parlerò, ma prima voglio mettere da parte 10 milioni di euro per ciascuno dei miei figli". Non sappiamo se abbia raggiunto l'obiettivo, ma di certo ora non parlerà più. A meno che, come pure raccontava, non abbia lasciato documenti a futura memoria in una cassetta di sicurezza.

Molte volte ha promesso di "parlare", altrettante si è tirato indietro. Si è lasciato andare in alcune interviste e davanti ai giudici, ultimi quelli del processo palermitano per mafia a Marcello Dell'Utri. Ma poi ha sempre fatto marcia indietro, in un eterno stop and go della memoria. A chi scrive raccontò, anni fa, tra un corridoio e il grande salotto della palazzina di via Chiaravalle: "Vede? Questo era l'ufficio di Marcello Dell'Utri. Era un mio uomo, lavorava per me, a metà degli anni Settanta. Poi mi ha tradito e se n'è andato a lavorare per un giovane palazzinaro, un certo Silvio Berlusconi. Si è portato via i miei progetti: all'epoca volevo costruire una tv privata. E si è portato via i rapporti, i contatti, i finanziamenti... Vede questa porta? Io un giorno entro senza bussare. Era l'ufficio di Marcello, ma lui era un mio dipendente e questa in fondo è casa mia. Appena entrato, mi blocco: c'erano due signori palermitani che io conoscevo bene. Uno era Stefano Bontate, allora capo di Cosa nostra. Sulla scrivania un grande sacco da cui venivano rovesciati fuori soldi, tanti soldi. Un fiume di banconote".

Si disse disponibile a ripetere il racconto davanti a una telecamera, per il programma tv allora condotto da Enrico Deaglio: "Ma certo! Possiamo ricostruire la scena". Poi cominciò un'estenuante trattativa sul giorno e sull'ora e alla fine non se ne fece nulla. Sono veri, i mirabolanti e intermittenti racconti di quello strano finanziere di Sommatino (Caltanissetta) approdato negli anni Sessanta a Milano? O servivano soltanto ad alzare il prezzo del suo silenzio successivo? Nel 1987 dichiarò al giudice istruttore Giorgio Della Lucia: "Tra il dicembre del 1978 e il gennaio del 1979, mentre stavo tornando dallo studio del notaio Sessa, incontrai, non lontano dalla sede dell'Edilnord, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, i quali mi invitarono a prendere un caffè con loro in un bar di piazza Castello. Teresi e Bontate mi dissero che dovevano andare da Marcello Dell'Utri, il quale aveva loro proposto di entrare nella società televisiva che di lì a poco Silvio Berlusconi avrebbe costituito. Teresi mi disse che occorrevano 10 miliardi e, tra il serio e lo scherzoso, mi domandò se per me quello era un buon affare. Io ci rimasi male, anche se non feci trasparire nulla. Dell'Utri in quel periodo lavorava formalmente solo per me. Nel 1977, con lui al mio fianco, avevo aperto Milano Tele Nord, la prima tv privata della città... Il discorso di Teresi mi diede dunque la prova di quello che già sospettavo: Dell'Utri faceva la spia per Berlusconi".

Ma poi Rapisarda torna a essere grande amico di Dell'Utri e gran sostenitore di Berlusconi, tanto che il primo club di Forza Italia nasce proprio nella sua palazzina di via Chiaravalle. Nel 1998, nuovo rovesciamento di fronte: va a testimoniare al processo Dell'Utri. "Incontrai Bontate e Teresi che mi dissero che avevano appuntamento con Dell'Utri. Mi chiesero un parere sul futuro delle tv commerciali. Dopo alcuni giorni li trovai nell'ufficio di Dell'Utri, in via Chiaravalle, con i soldi nei sacchi. Avevano già dato i primi 10 miliardi". Era il 1979, racconta Rapisarda. L'anno dopo, Dell'Utri avrebbe chiesto a Bontate e Teresi altri 20 miliardi di lire durante un incontro a Parigi, dove Rapisarda era latitante, con passaporto intestato al gemello di Marcello, Alberto Dell'Utri. Era ricercato per il crac di una sua società immobiliare, la Inim, ed era riparato in Francia dopo essere stato ospite in Venezuela dei fratelli Caruana, narcotrafficanti e mafiosi. Segue querela di Berlusconi e Dell'Utri, finita però con un'archiviazione.

Il crac della Inim, coinvolta nel fallimento Venchi Unica, è una vecchia storia che solleva un velo sui primi affari dei siciliani a Milano. Socio di Rapisarda e presidente dell'Inim è Francesco Paolo Alamia, considerato un uomo di Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo. Racconta un pentito, Rocco Remo Morgana: "Dal 1975 al Natale del 1978 gli uffici dell'Inim erano frequentati da persone di origine siciliana tra i quali ricordo Mimmo Teresi, Stefano Bontate, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà e uno dei fratelli Bono, credo che si trattasse di Pippo. Io personalmente in via Chiaravalle ho incontrato più volte Bontate e Teresi". Quella palazzina cinquecentesca ne ha viste tante. Ah, se i muri potessero parlare.

(di Gianni Barbacetto e Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano 1 settembre 2011)


Abolire 25 aprile e 1 maggio?
Una vendetta ideologica


Ideona contro la crisi: abolire il Primo maggio e il 25 aprile. S'intende: insieme al 2 giugno. Chi l'ha avuta, l'idea, dice: uno, sono tre giorni in più di lavoro, tre giorni di Pil in più; due, è una misura che non costa niente; tre, sono comunque le tre sole feste che si possono spostare, se non cancellare, perché le altre sono religiose e obbligatorie per trattato (con il Vaticano).

Ma siamo sicuri che sia una buona idea? Io credo di no. Anche per motivi economici: l'Italia sta faticosamente sviluppando un'economia del turismo diffusa e svincolata dalla stagionalità; e le tre feste che si vorrebbero sopprimere (accorpandole alla domenica) sono occasioni d'oro di vacanze e, perché no, anche di "ponti", che sono opportunità di "fare fatturato" per una rete amplissima di alberghi, agriturismi, ristoranti e, in generale, imprese grandi e piccole dell'industria del turismo e delle vacanze. Non è vero dunque che si tratti di una riforma a costo zero. Per guadagnare tre giorni di Pil, si penalizza un settore importante per il Paese come quello del turismo. Siamo sicuri che alla fine i conti tornino?

Ma poi, via, quest'idea di abolire Primo maggio e 25 aprile mi sembra, in definitiva, una furbata politica. Anzi, di più: una vendetta ideologica. L'Italia, come dice il magistrato Francesco Greco, "è un Paese offshore". Invece di far pagare gli evasori, chi governa vuol far pagare i soliti. Poi, già che c'è, ci aggiunge una piccola mossa furba: approfittando della crisi, si prende una rivincita ideologica, cancellando le due feste delle bandiere rosse, il 25 aprile della Liberazione dal fascismo e il Primo maggio dei lavoratori. L'idea, non espressa apertamente ma fatta passare con la scusa della crisi, è che si tratti di due fastidiosi residui di un secolo passato, di un passato finito, di una storia da dimenticare.

Invece 25 aprile e 1 maggio, con il 2 giugno festa della Repubblica, contribuiscono a costruire l'identità di una nazione, a dare anima al nostro tricolore. I simboli sono importanti: sarebbe doloroso cancellarli proprio nell'anno di una ritrovata unità nazionale attorno ai festeggiamenti per i 150 anni di questo Paese.

Sono io il vicecapo della P4

Confesso: sono io il vicecapo della P4. Il capo è Marco Travaglio: lo ha scritto Libero in prima pagina, domenica 26 giugno 2011. L'allegro quotidiano di Maurizio Belpietro ha nascosto in un trafiletto la notizia del giorno (indagato il generale della Guardia di finanza Michele Adinolfi, con l'accusa di aver passato notizie segrete a Luigi Bisignani). In compenso ha riempito prima pagina e pagina tre con la sensazionale rivelazione: "C'è Travaglio dietro la P4". Spiegazione: "La fonte di Bisignani era il Fatto. Il cui cronista Barbacetto telefonava al faccendiere". >>>

Bunga-bunga 2. La festa continua

Spira aria di bunga-bunga dalla Riviera. A Milano sono arrivate da Genova carte giudiziarie e intercettazioni telefoniche che andranno a ingrossare i faldoni del caso Ruby. Tra le voci registrate, quelle di Flavio Briatore, di Daniela Santanchè e di alcune giovani ragazze che, secondo indiscrezioni raccolte dal Fatto Quotidiano, parlano delle feste di Arcore e potrebbero essere utili ai magistrati della procura milanese per mettere ulteriormente a fuoco i rapporti tra Silvio Berlusconi e Lele Mora, l'impresario che i magistrati di Milano vogliono mandare sotto processo con l'accusa di aver fornito al presidente del Consiglio le ragazze del bunga-bunga. >>>

La Milano dei supereroi

Red Ronnie è un curioso personaggio che un tempo raccontava il movimento alla radio e la musica in tv. Passava le notti al Roxy Bar. Ma con gli anni si è trovato un impiego, un posto fisso. Meglio che in banca: nella portineria di Lady Letizia. Si è messo in servizio permanente effettivo della Signora mamma di Batman. La segue dappertutto e la filma ossessivamente. Un Moratti-Truman Show. Un'Isola della Famosa.

Risultati scarsi. Il pubblico non ha apprezzato. Lui, livido di rabbia, dà la colpa a Pisapia, che tanto ha colpa di tutto. È lui che ha impedito lo svolgimento del festivalino che voleva organizzare a spese del Comune, una via di mezzo tra X Factor e la Corrida. Ma il sindaco è ancora la sua Moratti, che colpa ha Pisapia se il Comune non gli ha finanziato il suo festival? Da quel momento, la pagina facebook di Red Ronnie è diventata quello che potete andare a vedere: finalmente divertente.

Se Pisapia è colpevole di ogni misfatto, in compenso mamma Batman sta compiendo ogni portentoso miracolo: cancella le multe con la sola forza del pensiero, blocca le licenze dei taxi, trasforma le moschee in basiliche romaniche, tramuta i rom in iscritti ai circoli della Vittoria Brambilla, converte i gay al bunga-bunga di Arcore. È tempo di supereroi, a Milano. Da una parte la mamma di Batman. Dall'altra Nembo Kid, il Pisapia che passa per strada e blocca e fa arrestare un ladro d'auto: ha tradito i colleghi.

(26 maggio 2011)

La fabbrica dei ricatti

Nei regimi è normale: la politica si fa a colpi di dossier, ricatti, intimidazioni. Oggi l'obiettivo del regime in Italia è distruggere Gianfranco Fini, che ha osato contraddire il satrapo anziano e rompere dall'interno il fronte dell'obbedienza coreana, obbligatoria dentro il Pdl. Va subito fermato, prima che altri seguano il suo esempio e la crepa si allarghi, fino a far crollare la diga (come dicevano altri, "punirne uno per educarne cento"). Ecco dunque un gran lavorio estivo sulla casa di Montecarlo.

Uno stuolo di persone è all'opera, da tempo, per trovare qualcosa che renda Fini un'anatra zoppa. Lo avevano annunciato: già nel settembre del 2009 il direttore del Giornale Vittorio Feltri aveva minacciato di andare a ripescare dossier sul presidente della Camera (anche se allora faceva riferimento a inchieste su comportamenti sessuali). "Fini ricordi anche che delegare i magistrati a far giustizia politica è un rischio", scriveva Feltri. "Specialmente se le inchieste giudiziarie si basano sui teoremi. Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. È sufficiente - per dire - ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme".

Più recentemente, il parlamentare Pdl Giorgio Stracquadanio ha detto chiaramente al Fatto quotidiano che Fini meritava un "trattamento Boffo". Poi è partita l'offensiva sulla casa di Montecarlo. Le notizie, naturalmente, vanno sempre date e benvenga il lavoro giornalistico di chi racconta vicende e fatti che coinvolgono uomini pubblici e cariche istituzionali. Senza sconti per nessuno. Ma è evidente anche ai bambini che in questo caso siamo di fronte a una campagna orchestrata. Giornali di proprietà della famiglia Berlusconi usati come una clava contro i suoi personali nemici. Giornalisti che scoprono il gusto dell'inchiesta solo quando devono colpire gli avversari del loro padrone.

Sullo sfondo, manovre ancora opache. Un deputato vicino a Fini, Carmelo Briguglio, membro del Copasir (il comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti) dichiara al Fatto che "ci sono stati colleghi parlamentari di area finiana che sono stati spiati e filmati da pezzi deviati dei servizi", i quali "organizzano pedinamenti dei parlamentari non graditi, confezionano dossier". Un ex avvocato di Luciano Gaucci, Vincenzo Montone, racconta, sempre al Fatto , di essere stato scavalcato nelle cause che riguardavano Elisabetta Tulliani, fidanzata di Fini ed ex di Gaucci, da un altro avvocato, Alessandro Sammarco, legale di Cesare Previti e Marcello Dell'Utri, oltre che di Silvio Berlusconi. Con l'inquietante intromissione nella vicenda del notaio Michele Di Ciommo, grande amico di Previti, già condannato per affari realizzati con Giuseppe Ciarrapico e in passato vicino ai boss della Magliana.

Certamente, dunque, sono da mesi al lavoro professionisti della disinformazione e del dossieraggio, avvocati, notai, giornalisti... Forse anche pezzi di apparati dello Stato - come ai bei tempi di Niccolò Pollari, Pio Pompa e Renato "Betulla" Farina - sono utilizzati per raccogliere informazioni e dossier non sui nemici dello Stato, ma sugli avversari politici del presidente del Consiglio pro tempore. Fango di Stato, da aggiungere ai dossier prodotti in casa, nelle redazioni degli house organ di regime e negli studi dei professionisti assoldati dal satrapo.

Già durante la Bicamerale, il magistrato Gherardo Colombo dipinse l'Italia come la "Repubblica dei ricatti". E Giuliano Ferrara, direttore del Foglio , rivendicò che per fare politica in questo paese bisogna "essere ricattabili". Nel momento supremo della crisi del berlusconismo, il regime tenta il tutto per tutto. Chi ha immensi conflitti d'interessi cerca d'inchiodare i portatori di piccoli conflitti d'interessi. Chi ha scippato la villa a un'orfana, come dice Alexander Stille, punta il dito sui maneggi certo poco edificanti attorno a un appartamento di partito a Montecarlo. L'Italia si riconferma come il paese dei ricatti, dove verità e menzogna, leggerezze e falsità si mescolano, amplificate da un sistema dell'informazione omertoso e servile, e diventano una micidiale arma politica. (16 agosto 2010)   

Le dame del Castello         

«Eravamo nella sala del governo e Silvio aveva la faccia scura. Così ho radunato un gruppone di venti deputate e siamo andate a tirarlo su di morale. Gli abbiamo detto che siamo con lui, qualunque cosa succeda... Il castello di Tor Crescenza è un posto bellissimo, per ragionare di politica è meglio di Palazzo Grazioli. Gli ho fatto fare due torte stupende, con scritto "meno male che Silvio c'è"».

Mariarosaria Rossi, deputata Pdl, detta la Madonna di Cinecittà, organizzatrice delle feste per Berlusconi al Castello di Tor Crescenza. ("Corriere della sera", 5 agosto 2010)



Perché Romani non può diventare ministro

È da una vita che aspetta di diventare ministro. E adesso che stava per farcela, per sedersi sulla poltrona lasciata libera da Claudio Scajola al ministero dello Sviluppo economico, si è messo di mezzo il Quirinale. Paolo Romani ha una storia professionale, politica e giudiziaria che mal si addice alla carica di ministro della Repubblica: soprattutto per una lunga e complessa indagine per bancarotta di cui è stato protagonista. Eppure ha tanto aspettato questo momento: facendo di tutto, nell'attesa, per rendersi utile al capo. Nel 2007, benché fosse già viceministro, ha fatto perfino l'assessore all'urbanistica a Monza, attento a presidiare gli interessi immobiliari locali della famiglia Berlusconi (che allora voleva costruire Milano 4 sull'area monzese della Cascinazza). Ora stava per raggiungere la meta. Ma forse non ce la farà. Eccola, la storia del quasi ministro bloccato a un passo dal traguardo. >>>


Il governo fugge anche dalla memoria

Il governo in fuga da Bologna (nessun rappresentante dell'esecutivo è presente oggi al ricordo della strage, 30 anni dopo) è la dimostrazione plastica di un'assenza politica: il governo e le forze che lo esprimono sono altrove, rispetto ai cittadini che chiedono, da tre decenni, la verità non solo sugli esecutori ma anche sui mandanti delle stragi italiane. La giustificazione dell'assenza fisica dalle manifestazioni di Bologna è la paura di ricevere, come ogni anno, i fischi di una parte della piazza. Ma può un governo pretendere di andare solo dove raccoglie applausi? E poi: i familiari delle vittime della strage hanno organizzato quest'anno il ricordo del 2 agosto 1980, decidendo che i politici e le autorità avrebbero parlato non in piazza, ma solo nell'incontro al chiuso; il rappresentante del governo non sarebbe stato dunque esposto alle contestazioni.

Nonostante questo, il governo ha ribadito la sua assenza. Una scelta. Una scelta politica. Perché la strage di Bologna non è soltanto la più grave e sanguinosa delle stragi italiane, è anche l'unica per cui si è arrivati a una verità giudiziaria. A mettere la bomba alla stazione, quel 2 agosto, furono i fascisti Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, secondo quanto hanno stabilito le sentenze ormai definitive. E Licio Gelli, per mano di due ufficiali del servizio segreto militare, operò per depistare le indagini della magistratura e indirizzarle sul binario morto di una fantastica "pista internazionale". Resta aperta, ancora 30 anni dopo, la domanda: chi armò la mano dei fascisti? Quale rete di poteri, sotto la direzione della P2, rese possibile la strage e tentò in ogni modo di avvelenare le indagini?

La "pista internazionale" ha i suoi sostenitori ancora oggi. Ancora oggi, tempi di "nuove P2? e di piduisti al governo, c'è chi lavora per affermare che la più grande strage italiana è stata partorita in qualche segreta stanza lontano dall'Italia. Protagonisti evocati, a scelta o tutti insieme: il terrorista Carlos, i palestinesi, i servizi segreti israeliani e via almanaccando. Tutto ciò senza uno straccio di prova, e buttando via come fossero carta straccia le migliaia di pagine di atti giudiziari che hanno portato alle condanne definitive per i neofascisti italiani. Tranquillizzante, la "pista internazionale": butta le responsabilità in un altrove lontano e fumoso, trasforma la strage di Bologna in una esotica spy story