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Gianfranco Miglio, l'uomo
che voleva dare il Sud a Cosa nostra

Oggi gli dedicano scuole pubbliche in Padania. Ecco chi "l'ideologo della Lega" che fece l'elogio del linciaggio e della mafia e infine ruppe con Bossi

“Il linciaggio è la forma di giustizia nel senso più alto della parola. C’è la giustizia dei legulei, che è il modo di imbrogliare il prossimo, e c’è la giustizia popolare che si esprime nei moti rivoluzionari. Quando il sistema non garantisce più la giustizia, è il popolo che si appropria del diritto di punire”. Così parlava Gianfranco Miglio, a cui in Padania si dedicano scuole. Chissà se agli incolpevoli alunni dell’istituto pubblico di Adro si insegnerà questo senso della giustizia. E chissà se si racconterà chi era e che cosa diceva quel professore a cui è dedicata la loro scuola.

Giurista, politologo, costituzionalista. Senatore del Carroccio. Riteneva l’Italia “figlia illegittima di una congiuntura storica particolare: ha mescolato insieme popoli che dovevano restare separati”. Sosteneva che nell’Europa che sta “rivivendo le invasioni barbariche” è necessario “mantenere la distinzione tra schiavi e liberi”. Quanto alla politica, la considerava la prima tappa di una guerra: “A un certo punto, un uomo politico deve impugnare il fucile”.

Oggi è onorato come ideologo della Lega. Eppure Umberto Bossi aveva rotto con lui e lo aveva definito, nell’ordine: “minchione”, “arteriosclerotico”, “panchinaro”, “poveraccio”, “vecchio con i capricci di un bambino”, per finire con un sonoro “scorreggia nello spazio”. Ricambiato da Miglio con una serie di complimenti non da meno: “orecchiante”, “infido”, “teppa”, “arruffapopolo”, “pigmeo”, “analfabeta”, “ubriaco”, “botolo ringhioso”, “contapalle”, “Robespierre da barzelletta”, “comiziante da bar”, ma anche “mentitore arabo” e “levantino con il gusto della menzogna”.

La bontà “è un difetto”, per Miglio, che ammetteva: “Sono nato carogna”. E si definiva “la più aggiornata manifestazione del Demonio”, anche se altri preferivano considerarlo semplicemente una reincarnazione del venusiano dottor Spock, il personaggio di Star Trek senza sentimenti e con le orecchie a punta.

Se c’è stato un momento in cui è riuscito a unire teoria e pratica, è stato nei primi anni Novanta, quando ha predicato la divisione dell’Italia in tre “cantoni” (Nord, Centro, Sud). Proprio allora, un complesso meccanismo si è messo in moto per raggiungere quell’obiettivo. Lo racconta una vecchia indagine della procura di Palermo chiamata “Sistemi criminali”. Mentre si disfaceva il sistema dei partiti della Prima Repubblica, che le indagini di Mani pulite avevano rivelato essere il sistema di Tangentopoli, una serie disparata di forze e di poteri si erano messi all’opera per rimpiazzare il vecchio regime. Massoni, reduci della P2, uomini dei servizi segreti, fascisti ed eversori di lungo corso, boss di Cosa nostra e della ’Ndrangheta avevano cercato di far nascere le leghe del Sud. Contrapposte ma complici della Lega nord. Della composita compagnia facevano parte il Maestro Venerabile Licio Gelli e tanti altri massoni delle logge meridionali, l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino e gli uomini di Cosa nostra che riferivano a Leoluca Bagarella, i fascisti Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, Giancarlo Rognoni.

Il collaboratore di giustizia Leonardo Messina nel 1993 racconta ai pm di Palermo che con i suoi colleghi di Cosa nostra gli era capitato di parlare di Bossi, che nell’autunno del 1991 era stato a Catania. “Io lo consideravo un nemico della Sicilia”, diceva Messina. “Perché un’altra volta che viene qua non lo ammazziamo?”. Gli altri lo fermano: “Ma che sei pazzo? Bossi è giusto”. E poi gli spiegano di aver saputo da Totò Riina che non tanto Bossi, quanto il senatore Miglio, era collegato a “una parte della Democrazia cristiana e della massoneria che faceva capo all’onorevole Andreotti e a Licio Gelli”. E che era in corso un lavoro, a cui erano impegnati “Gelli, Andreotti e non meglio precisate forze imprenditoriali del Nord interessate alla separazione dell’Italia in più Stati”, con “anche l’appoggio di potenze straniere”. “Dopo la Lega del Nord sarebbe nata una Lega del Sud, in maniera tale da non apparire espressione di Cosa nostra, ma in effetti al servizio di Cosa nostra; ed in questo modo noi saremmo divenuti Stato”. Scrivono i magistrati: “Uno dei protagonisti dell’operazione sarebbe stato Gianfranco Miglio”.

Farneticazioni? I pm Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato trovano qualche riscontro. Interrogano un ambiguo faccendiere, arrestato nel 1996 dalla procura di Aosta per truffa internazionale: Gianmario Ferramonti, personaggio-chiave nella genesi del movimento leghista, amministratore della Pontidafin, la finanziaria del Carroccio, strettamente legato al professor Miglio; ma anche al centro di una fitta rete di relazioni con personaggi di spicco della massoneria italiana e internazionale e con insospettabili entrature istituzionali in ambienti dei servizi di sicurezza nazionali e stranieri.

In seguito, è lo stesso Miglio a confermare almeno parte delle “farneticazioni” di Leonardo Messina. In una clamorosa intervista al “Giornale”, nel 1999 conferma di essere stato davvero in contatto con Andreotti, proprio nel 1992: per svolgere una trattativa segreta che negoziasse l’appoggio della Lega alla candidatura del Divo Giulio alla presidenza della Repubblica, in cambio di una politica favorevole al progetto federalista del Carroccio (e a un posto di senatore a vita per Miglio). “Con Andreotti ci trovammo a trattare di nascosto a Villa Madama, sulle pendici di Monte Mario, davanti a un camino spento”, confessa Miglio. Trattativa abortita per l’opposizione dell’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che nonostante le insistenze di Andreotti nega al professore la nomina a senatore a vita.

Nella stessa intervista, Miglio parla anche di mafia: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ’Ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”. Ecco il progetto di Miglio: “costituzionalizzare” la mafia, affidandole in gestione il Sud.

La Lega di Bossi risponde: abbandona il modello organizzativo varato negli anni Ottanta, federazione di leghe locali (Lega lombarda, Liga Veneta eccetera), e dà vita alla Lega nord, in cui si fondono le leghe preesistenti e che nel febbraio 1991 celebra il suo primo congresso. Il nuovo programma: dar vita, anche attraverso la secessione, a uno Stato federale articolato in tre macroregioni: Nord, Centro, Sud.

Poi però le cose cambiano. Il progetto delle leghe del Sud tramonta. Nasce Forza Italia. E anche Umberto Bossi fa un passo indietro. Caccia dalla Lega il faccendiere Ferramonti con tutti i suoi rapporti e le sue opacità. E rompe anche con Miglio, con seguito di pittoresco scambio di complimenti. Ma il tempo, evidentemente, attutisce i contrasti. Ad Adro, il professore con la faccia da Star Treck torna a essere un eroe del Carroccio a cui intitolare una scuola. Diceva di amare i bambini, Miglio. Ma solo “perché scorgo in loro l’anticipazione di ciò che saranno da grandi: e quelle che vedo non sono doti propriamente positive”. Genitori e insegnanti di Adro sono avvisati.

(Il Fatto quotidiano, 16 settembre 2010)

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