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Perché Bruno Contrada è colpevole

Poliziotto, uomo dei servizi segreti, già sospettato da Giovanni Falcone. Condannato a 10 anni di reclusione in primo grado, assolto con formula piena in appello. Con una sentenza sbagliata – argomenta qui il direttore di Antimafia 2000. Mesi dopo la stesura di questo articolo, la Cassazione ha annullato la sentenza d'assoluzione e disposto la celebrazione di un nuovo processo d'appello

di Giorgio Bongiovanni

Bruno Contrada

Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Giuseppe Marchese,
Gaspare Mutolo, Rosario Spatola


Carla Del Ponte

Giustizia è fatta. Bruno Contrada, l’ex numero tre del Sisde, ha infine avuto la sua assoluzione con formula piena dopo nove anni di corsi e ricorsi in tribunale, e udienze, e lunghe ore di deposizione per dimostrare la propria innocenza, e una condanna alle spalle: dieci anni da scontare in carcere per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ora può finalmente attendere alla sua prossima mossa contro «gli uomini in divisa» che lo hanno accusato, contro il capo della polizia Gianni De Gennaro e contro la Direzione investigativa antimafia. «Per sgombrare il campo da ogni dubbio, ribadisco il mio attaccamento all'istituzione della polizia di Stato cui ho dedicato la mia carriera - ha dichiarato - 35 anni della mia vita. Il mio attaccamento non solo in astratto, ma anche agli uomini che la rappresentano al vertice». E da un certo punto di vista non mi sembra di potergli contestare questo sentimento, nonostante le mie personali investigazioni giornalistiche mi inducano a pensare che egli sia in realtà colpevole di associazione mafiosa e di collusione con la mafia. L'inconciliabilità delle due affermazioni è soltanto apparente e prima di continuare vorrei fosse chiaro che non provo alcun tipo di ostilità nei confronti della persona Contrada e che anzi il mio sentimento cristiano mi suggerisce di gioire al pensiero che un uomo possa porre fine alle proprie sofferenze fisiche e spirituali. Ma non mi sento certo di chiudere gli occhi di fronte alle istituzioni che egli, corrompendosi, ha servito e rappresentato, a quello stato che, dal periodo post-generale Mori - mi si conceda la definizione - ha voluto convivere con la mafia per ragioni politiche, strategiche e geografiche, e soprattutto per il patto di alleanza siglato tra Italia e Stati Uniti. Nella motivazione della sentenza che il 5 aprile del 1996 ha condannato l'ex dirigente del Sisde a dieci anni di carcere si legge che nell'agire come ha agito l'imputato non ha avuto fini personali e che pertanto non esisterebbe il movente della collusione con il potere mafioso. Una tale affermazione non può che indurre a riflettere, specie per il fatto che la scelta di convivenza dello stato con il potere mafioso non solo rappresenterebbe un movente ma equivarrebbe al riconoscimento dell'esistenza della corruzione all'interno di organi istituzionali, cosa che pare sia meglio nascondere. «Il processo Contrada - ci ha detto il giudice Antonio Ingroia - ha dimostrato, secondo l'impostazione dell'accusa, che non era un caso di infedeltà individuale, ma che si inseriva purtroppo in un sistema di connivenza tra Stato legale e Stato illegale» (Vedi ANTIMAFIA Duemila n. 3 giugno 2000). Ed è da qui che nasce il Contrada che ha dovuto tradire le istituzioni italiane, che ha dovuto soprassedere a determinate catture di latitanti, che ha dovuto depistare o comportarsi conformemente al cambiamento politico e militare di Cosa Nostra. E' qui che nasce il Contrada colluso con Stefano Bontate - e successivamente con i corleonesi - il Contrada strumento di quello stato che per ragioni politiche e strategiche favorisce il potere mafioso. E tutto questo non emerge soltanto, come gli adepti di Berlusconi hanno accusato, dalle dichiarazioni "calunniose ed estremiste" dei pentiti ma dai riscontri oggettivi presentati nella motivazione della sentenza di primo grado. I quali emergono sia dalle prove presentate dall'accusa - le deposizioni della vedova Cassarà e del giudice Carla Del Ponte o le intercettazioni telefoniche dei colloqui tra Contrada e Nino Salvo, solo per citare alcuni esempi - sia da quelle presentate dalla difesa le quali in più punti appaiono contraddittorie. Particolarmente significativa, inoltre, la testimonianza di un collega dell'imputato il quale rivela che lo stesso Contrada sosteneva l'impossibilità di opporsi al potere mafioso poiché quest'ultimo appoggiato direttamente dagli Stati Uniti. Vista in quest'ottica la difesa del prefetto Parisi (ormai defunto) a favore di Contrada appare piuttosto logica data la consapevolezza del capo della polizia che l'imputato si limitava ad eseguire degli ordini, nonostante tali ordini costituissero un reato contro l'opinione pubblica. Ora, comunque, non ci resta che aspettare la pubblicazione della sentenza di secondo grado per scoprire come il giudice Gioacchino Agnello, già indagato per mafia nel corso di un'inchiesta poi archiviata dal solito capo della procura di Caltanissetta, sia riuscito ad assolvere con formula piena un imputato in primo grado condannato a dieci anni di reclusione. Intanto, ancora una volta, il buon nome delle istituzioni è salvo.

La storia

Bruno Contrada, altissimo dirigente del Sisde, venne arrestato il 24 dicembre del 1992. Era forse il poliziotto più chiacchierato di Palermo quando le dichiarazioni dei pentiti Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Rosario Spatola e Giuseppe Marchese lo portarono nel carcere militare di Forte Boccea, a Roma, con un capo d'accusa, ad esser leggeri, disonorevole: concorso esterno in associazione mafiosa. Un passato non privo di ombre quello dell'ex funzionario di Polizia impegnato sul fronte della lotta alla mafia, ex capo della Squadra mobile ai tempi di Boris Giuliano, ex responsabile della sezione siciliana della Criminalpol, ex capo di gabinetto dell'Alto commissario antimafia De Francesco, sul cui conto "giravano voci" inquietanti: si diceva che avesse impedito l'arresto di Riina, che avesse protetto Oliviero Tognoli (un riciclatore di narcodollari fuggito in Svizzera), che avesse depistato le indagini sulla morte del presidente della Regione Piersanti Mattarella. Soltanto voci, fino a quella vigilia di Natale del 1992, in un'Italia ancora scossa dalle tremende esplosioni che avevano causato la morte dei giudici Falcone e Borsellino. «Non è un complotto ma una vendetta e per me parla la mia vita professionale», si sfogava in aula davanti al pubblico ministero Antonio Ingroia che non senza un filo di imbarazzo, come riportano i giornali dell'epoca, lo lasciò parlare spontaneamente, «state prendendo per buone le accuse degli uomini che io ho combattuto durante la mia carriera». Nessun complotto commentarono i giudici esibendo il fascicolo numero 6714/92: quattro volumi di duemila pagine contenenti sì le deposizioni dei collaboratori di giustizia ma anche i "riscontri esterni", tra i quali le intercettazioni telefoniche tra l'imputato e Salvo. Il procedimento, istruito dai Pm Antonio Ingroia e Alfredo Morvillo, si aprì il 12 aprile del 1994. Nel corso delle 168 udienze dibattimentali l'accusa chiamò a deporre ben dieci pentiti, oltre a quelli già citati Francesco Marino Mannoia, Salvatore Cancemi, Maurizio Pirrone, Pietro Scavuzzo, Gaetano Costa e Gioacchino Pennino, tutti concordi nel riferire che il soggetto in questione informava preventivamente i criminali dei blitz pianificati dalle forze dell'ordine; che non disdegnava regalie e prebende; che era a stretto contatto con uomini delle cosche più feroci della criminalità organizzata; che era massone di una loggia supersegreta. La carcerazione preventiva durò 31 mesi, Contrada lasciò il carcere di Corso Pisani a Palermo il 31 luglio 1995. Il 5 aprile del 1996 la sentenza: "La compiuta disamina dell'ampio materiale probatorio acquisito all'odierno procedimento, costituito da numerosissime testimonianze, dalle dichiarazioni rese da dieci collaboratori di giustizia, da una notevole quantità di documenti e dalle molteplici dichiarazioni rese dall'imputato (sia in sede di dichiarazioni spontanee che in sede di esame delle parti) afferente ad una contestazione che copre l'arco temporale di quasi un ventennio, ha consentito di evidenziare un quadro probatorio a carico dell'imputato fondato su fonti eterogenee, coerenti, assolutamente univoche e convergenti nell'acclararne la colpevolezza". La condanna era a dieci anni di reclusione. I legali di Contrada, gli avvocati Gioacchino Sbacchi e Piero Miglio, presentarono immediato ricorso e il processo di appello iniziò il 12 giugno del 1998. Durò ben tre anni nel corso dei quali fu registrata l'audizione ex novo di numerosi testimoni, tra i quali i collaboratori Angelo Siino, Giovanni Brusca e Francesco Onorato. «Possibile - chiese l'avv. Sbacchi in una delle ultime udienze - che sia una coincidenza che tutti questi galantuomini siano stati accusati dal criminale che hanno contribuito a far arrestare e condannare?» E riguardo alla latitanza del capomafia di Partanna Mondello Rosario Riccobono, che l'imputato avrebbe favorito il legale incalza: «Riccobono è stato latitante solo dal luglio del '75 all'aprile del '77, e poi a partire dall'aprile '80. Nel periodo in cui, dunque, secondo alcuni pentiti, Contrada lo avrebbe informato di operazioni di polizia nei suoi confronti non era neppure ricercato, se non per notificargli una banale misura di prevenzione». Un ultimo attacco alla tesi del porto d'armi di Stefano Bontate: «In questo processo noi alle parole abbiamo sempre contrapposto i documenti. E questi ci dicono che Bontate non aveva il porto d'armi, né quello di pistola né quello di fucile. Per quello di pistola ci da ragione pure la sentenza, che fa notare che Bontate aveva un'arma con la matricola abrasa. Ma la stessa sentenza non può dirci che è verosimile che avesse il porto d'armi per il fucile e che è dunque possibile che sia stato Contrada a darglielo solo perché, secondo prassi, la documentazione è andata al macero e non se ne trova traccia nel fascicolo "a seconda". Tutto questo è assurdo». Il 4 maggio 2001, nella sua ultima, addolorata deposizione spontanea, resa di fronte alla seconda sezione della corte d'appello presieduta da Gioacchino Agnello l'imputato si confessa: «Mi preoccupa che mi venga tolta l'unica cosa che mi è rimasta e a cui tengo di più. Il mio onore di uomo dello Stato». Alle 19 e 43 dello stesso giorno nell'aula del Pagliarelli, già teatro del proscioglimento di Giulio Andreotti (ricordiamo quest’ultimo è stato assolto, secondo l’art. 530/2 "per insufficienza di prove" a differenza di Contrada, che è stato assolto con formula piena, secondo l’art. 530, "perché il fatto non sussiste". Il presidente Agnello è ora chiamato a spiegare al popolo italiano la motivazione di questa scelta tramite sentenza), Bruno Contrada viene assolto con formula piena. In quelle quattro righe pronunciate dal presidente Agnello il riproporsi di un copione già visto, forse troppe volte, negli ultimi anni e poi uno scrosciare di applausi e tanta, tanta commozione. In una tenera immagine ormai consegnata alla storia l'avvocato Pietro Miglio abbraccia, in lacrime, il suo assistito. Ma tanta gioia in fondo è giustificata: non è da tutti riuscire a trasformare una sentenza a dieci anni di reclusione in una assoluzione con formula piena, soprattutto se si tiene conto che gli elementi presentati nel processo d'appello sono gli stessi che in primo grado avevano portato alla condanna. Magari anche con qualche testimone in più. Avevano quindi preso il proverbiale granchio Boris Giuliano, Beppe Montana, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel dubitare di lui, così come tutti quelli che lo accusavano di favoreggiamento mentre i suoi più cari colleghi cadevano sotto i colpi della lupara mafiosa. «Ho sempre avuto fiducia nei giudici. Ho detto giudici non magistrati - ha dichiarato Contrada al termine di un incubo durato nove anni - ed avevo la certezza, non solo la speranza, che mi avrebbero restituito l'onore. Per me e per i miei figli». E siccome all'origine del suo calvario non ci fu soltanto un errore giudiziario ma qualcosa che «va ben al di là» Contrada preannuncia la resa dei conti e attacca gli investigatori che hanno indagato su di lui, in particolar modo l'ex capo della Dia e attuale capo della Polizia: «Io non ho mai avuto rapporti buoni con Gianni De Gennaro. E quando i pentiti sono passati dall'Alto Commissariato alla Dia io sono stato massacrato». Chiede ai giudici di indagare sulle persone che in aula lo hanno accusato così come il Pm aveva fatto «per una trentina di testimoni a mio favore», tra i quali il prefetto De Francesco e il generale Mario Mori e risponde ai giornalisti. «E' tentato dall'avventura politica?», gli domanda Felice Cavallaro in un'intervista pubblicata sul Corriere della Sera. E un’ultima, piccola bugia: «Non ho mai indossato casacche politiche, né mi presterò ad alcuna strumentalizzazione». Oggi è candidato per un seggio all'Assemblea siciliana nelle file di An, "da indipendente".

La sentenza di condanna del processo di primo grado

Per comprendere in ordine a quali principi il presidente Ingargiola si è arrischiato a condannare Contrada non si può prescindere dall’esaminare preliminarmente la modalità di valutazione delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia e dai numerosi testimoni.
La corte ha ritenuto valide a tutti gli effetti le "chiamate plurime" di correità, vale a dire quelle dichiarazioni accusatorie provenienti da una pluralità di soggetti che laddove "siano convergenti verso lo stesso significato probatorio, ciascuna conferisce all’altra quell’apporto esterno di sinergia indiziaria, la quale partecipa alla verifica sull’attendibilità estrinseca della fonte di prova". In particolare per i collaboratori di giustizia la Suprema Corte, riferendosi a precedenti sentenze di Cassazione, ha ritenuto che "la eventuale sussistenza di «smagliature o discrasie», anche di un certo peso, rilevabili tanto all’interno di dette dichiarazioni quanto nel confronto tra esse, non implica, di per sé, il venir meno della loro sostanziale affidabilità quando, sulla base di adeguata motivazione, risulti dimostrata la complessiva convergenza di esse nei rispettivi nuclei fondamentali". Inoltre per quanto riguarda specificamente la valutazione della prova orale costituita da dichiarazioni di soggetti imputati o indagati per lo stesso reato o per reati connessi interprobatoriamente collegati, non sono assimilabili a pure e semplici dichiarazioni de relato quelle con le quali si riferisca in ordine a fatti o circostanze attinenti la vita e l’attività di un sodalizio criminoso dei quali il dichiarante sia venuto a conoscenza nella qualità di aderente, in posizione di vertice, al medesimo sodalizio, specie quando questo sia caratterizzato da un patrimonio conoscitivo derivante da un flusso circolare di informazioni dello stesso genere di quello che si produce, di regola, in ogni organismo associativo, relativamente ai fatti di interesse comune".

Le prove fornite dai collaboratori di giustizia

"Io ho il dott. Contrada, che mi avviserà se ci sono perquisizioni o ricerche di latitanti in questa zona, quindi qua potrai stare sicuro". E’ quanto Rosario Riccobono, boss di Partanna-Mondello avrebbe riferito, nei primi anni ’80, al collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta. A rivelarlo è lo stesso Buscetta al processo di primo grado contro Bruno Contrada, nel corso del quale è stato chiamato a testimoniare insieme ad altri nove pentiti, tutti concordi nel riferire che l’imputato agevolava l’organizzazione criminale Cosa Nostra e che aveva intrattenuto rapporti con diversi mafiosi. Tra i quali spiccano Rosario Riccobono e Stefano Bontate chiamati in causa, oltre che da Buscetta, da Gaspare Mutolo, Francesco Marino Mannoia, Salvatore Cancemi, Rosario Spatola e Maurizio Pirrone. A proposito di Contrada Buscetta, come riportato in sentenza, parlò per la prima volta con il giudice Falcone già all’inizio della propria collaborazione, nel 1984, ma solo perché sollecitato dal magistrato che intendeva verbalizzare alcune informazioni emerse da un colloquio informale. All’epoca, infatti, il collaborante era mosso dalla convinzione che parlare dei rapporti dei quali era a conoscenza tra mondo politico, istituzionale e mafioso avrebbe portato ad una sua totale delegittimazione e quindi preferì non toccare l’argomento fino al 25/11/1992 quando, in seguito alle stragi nelle quali avevano trovato la morte i giudici Falcone e Borsellino, riteneva che l’Italia fosse più pronta a credere all’esistenza di tali legami. L’attendibilità di questa e delle altre dichiarazioni rese del Buscetta è più che provata negli atti del cosiddetto primo maxi processo oltre che dalla testimonianza resa in dibattimento dal giudice Antonino Caponnetto il quale conferma la riluttanza provata al tempo dal collaboratore a verbalizzare nomi di uomini della Questura di Palermo collusi con la mafia, nonchéquelli di politici o uomini delle istituzioni. Anche il pentito Rosario Spatola, rispetto all’epoca di inizio della sua collaborazione (19/9/’89) ha reso in ritardo le notizie riguardanti il Contrada (16/12/’92) anche se per motivazioni differenti rispetto al Buscetta. Egli, infatti, aveva deciso di ricorrere all’Autorità Giudiziaria perché temeva per la propria vita e ai primi di novembre del 1989 era stato portato a Roma dall’Alto Commissario, il dott. De Luca, che aveva espresso il desiderio di conoscerlo. Mentre si trovava nell’ufficio del De Luca alla presenza di alcuni funzionari tra i quali un certo Gianni (il 28/3/’95 il M.llo Ciavattini conferma di aver assistito lo Spatola nei suoi spostamenti nella zona di Roma e di essersi presentato con lo pseudonimo di Gianni) si incontrò con il dott. D’Antone che egli aveva saputo essere a disposizione di Cosa Nostra e molto legato al dott. Contrada. A causa di tale incontro, come riportato nella motivazione della sentenza, lo Spatola ha dichiarato che "non si era più sentito sicuro e aveva pensato che, trattandosi di personaggi èintoccabili’, sarebbe stato più opportuno non riferire, nell’immediato, le notizie che aveva appreso nel corso della sua militanza nei confronti di costoro per paura di crearsi un doppio fronte di nemici: da un lato la mafia, che aveva già decretato la sua condanna a morte, e dall’altro ègli intoccabili’ all’interno delle istituzioni collusi con la stessa organizzazione criminale". Le notizie riferite da Spatola circa la collusione tra il dott. D’Antone e Cosa Nostra trovano riscontro nelle dichiarazioni convergenti rese da Salvatore Cancemi e nelle deposizioni dei testi Laura Iacovoni, Saverio Montalbano, Margherita Pluchino, Raimondo Cerami, Donato Santi. Quest’ultimo rivela che l’operazione di Polizia denominata "Hotel Costa Verde" fallì perché il dott. D’Antone modificò le originarie modalità di intervento programmate dai dott.ri Cassarà e Montana. Le pesanti accuse mosse all’allora dirigente della Squadra Mobile di Palermo trovano conferma nelle dichiarazioni di un altro testimone, Raimondo Cerami, magistrato impegnato nelle indagini sugli omicidi del commissario Montana e del vice-questore Cassarà. La moglie di quest’ultimo, anch’essa chiamata a deporre, ha riferito delle serie diffidenze che il marito "dopo un primo periodo di permanenza a Palermo, aveva cominciato a nutrire sia nei confronti dell’odierno imputato che nei confronti del dott. D’Antone, che il marito definiva èuomo di Contrada’, ed al quale nascondeva nonostante fosse il suo dirigente le notizie in merito alle sue indagini, che conduceva segretamente e con l’ausilio di pochi fidati collaboratori soprattutto in materia di ricerca di latitanti". Simili le dichiarazioni di Margherita Pluchino, ispettore capo di Polizia dei dott.ri Cassarà e Montana nel periodo in cui questi furono rispettivamente dirigente e vicedirigente della V sezione Investigativa della Squadra Mobile. I due avevano "serie diffidenze" nei confronti sia di D’Antone che di Contrada in merito allo svolgimento del loro lavoro e in particolare nel campo della ricerca dei latitanti. Sempre di un’operazione fallita a causa dell’intervento del dott. D’Antone parla Saverio Montalbano. Ad andare a monte questa volta la cattura dei latitanti mafiosi Lorenzo e Gaetano Tinnirello e non fu un caso isolato, incalza Montalbano, poiché in quel periodo D’Antone "pur essendo dirigente della Criminalpol, spesso interveniva in materia di cattura di latitanti èscavalcando’ il dirigente della Squadra Mobile dott. Nicchi". (Tali informazioni dimostrano la genuinità di quanto raccontato dai collaboratori Mutolo, Mannoia, Buscetta, Marchese e Spatola). Il collaboratore Giuseppe Marchese,