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Piccole bombe crescono

Una galassia nera dietro l'attentato al Manifesto.
E ora, anche l'ultradestra comincia la campagna elettorale.
Stringendo contatti con uomini della Lega, di An, di Forza Italia...

Roma.

La bomba scoppiata il 22 dicembre 2000 davanti alla redazione del Manifesto avrebbe dovuto restare oscura e impunita, come tutte le bombe italiane. Invece, per l'imperizia del presunto attentatore, è chiara la matrice, è chiaro il contesto in cui quella bomba è potuta scoppiare.
Gli ambienti padri della violenza sono i gruppi dell'ultradestra italiana, che hanno stretto una fitta rete di contatti internazionali. A destra della destra, soprattutto tre formazioni si contendono il mercato politico del neofascismo: il Movimento sociale-Fiamma tricolore di Pino Rauti; il Fronte nazionale di Adriano Tilgher; Forza nuova di Roberto Fiore.
Piccoli gruppi. Ma organizzati, ben dotati di soldi e di mezzi, e niente affatto emarginati: dialogano fittamente con la destra ufficiale, fanno campagna elettorale e trattano con i partiti della Casa delle libertà.

Per due motivi l'ultradestra italiana è oggi insidiosa.


- Il primo è culturale: sono stati ormai spostati i paletti della cultura politica, il revisionismo storico impera perfino sulle pagine culturali del Corriere della sera, l'antifascismo è messo in discussione quasi non fosse l'orizzonte politico-culturale comune, entro cui è nata l'Europa democratica del dopoguerra, ma una delle opzioni politiche possibili, da confrontare alla pari con il suo opposto, il fascismo (è come mettere sullo stesso piano mafia e antimafia). Così i temi posti all'ordine del giorno dall'ultradestra - oggi il razzismo e la fine dell'antifascismo, domani l'antisemitismo - sono accettati e discussi tranquillamente da una grande parte della società.
- Il secondo motivo è più concreto, elettorale: molti collegi elettorali italiani sono marginali, cioè in bilico tra i due schieramenti; basta un pugno di voti per vincere. E l'ultradestra ha offerto questo pugno di voti allo schieramento di Berlusconi.

I rapporti con la destra berlusconiana.


I rapporti dei gruppi fascisti, nazisti, razzisti e antisemiti con la destra ufficiale sono molteplici. Forza nuova, per esempio, ha raccolto le firme anti-immigrati insieme alla Lega di Umberto Bossi. I voti di Forza nuova sono stati determinanti per eleggere, al ballottaggio, Giustina Destro sindaco di Padova. Roberto Fiore è stato invitato a un dibattito insieme a Marcello Dell'Utri, braccio destro di Silvio Berlusconi e fondatore di Forza Italia, oltre che al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini, dove ha spiegato che l'aborto è un assassinio. Ad accogliere Fiore e Morsello, fondatori di Forza nuova, all'aeroporto di Fiumicino, quando nel 1999 sono tornati da oltre dieci anni di latitanza (erano ricercati per costituzione di banda armata), c'erano Francesco Storace, Enzo Fragalà e Alberto Simeone di Alleanza Nazionale, Ernesto Caccavale di Forza Italia e due avvocati (Carlo Taormina e Paolo Giachini, già difensore di Erich Priebke).
Storace, pochi giorni dopon la bomba di Roma, ha difeso la propria amicizia con Fiore, che ha le radici in una comune militanza politica, in una incredibile intervista sul Corriere, che non ha indignato, ormai, quasi nessuno.
Forza nuova si è già impegnata nelle scorse elezioni amministrative. Maurizio Boccacci si è candidato sindaco il 13 giugno 1999, a Frascati. Antonello Torchia, ex consigliere provinciale di An a Napoli, si è ripresentato sotto la nuova sigla nera di Forza nuova. Il camerata Salvatore Lezzi, Masaniello dei Disoccupati Uniti napoletani, è passato dai cassonetti rovesciati in piazza alla lista per il Consiglio comunale. A Padova un'alleanza con i fan dei Serenissimi, i crociati del Tradizionalismo cattolico e i più arrabbiati dei leghisti di Bossi ha dato quei 1500 voti determinanti per eleggere, al ballottaggio, la sindaca Giustina Destro. Alle elezioni europee gli uomini di Forza Nuova si sono candidati nelle liste della Lega d’Azione Meridionale di Giancarlo Cito.

Da dove vengono.


Tutto cominciò nel dicembre 1996, con la profanazione di alcune tombe ebraiche nel cimitero Flaminio. La Digos di Roma aprì un’indagine sugli ambienti di destra e mise sotto controllo soprattutto le frange più estreme, scoprendo l’attività di organizzazioni neonaziste e sorvegliando le scorribande dei gruppi skinhead. Non ha trovato prove per incastrare i responsabili delle profanazioni ma, al termine di quella che è stata chiamata Operazione Thor, ha individuato una rete di gruppi con fitti collegamenti internazionali, che hanno dovuto lasciare le svastiche e andare a difendersi in tribunale.
«Con il mitra appeso alle spalle/la libertà sembra più vicina/a 500 metri dalle stelle/già ci sembrava/Palestina, Palestina», canta Massimo Morsello. «Una pattuglia di circoncisi/aveva razzi e fucili alla moda/che ci puntavano pericolosi/scrivendo fine sulla nostra strada». Fascista, cattolico, latitante e cantautore politicamente scorretto: così si autodefiniva Morsello, quarantenne con alle spalle una storia di militanza in gruppi armati neofascisti, una fuga in Libano nel 1981 dopo la strage di Bologna, e una più che decennale latitanza a Londra, finita nell’aprile 1999: gravemente ammalato, Morsello è rientrato a Roma grazie alla legge Simeone. Ad attenderlo all’aeroporto ha trovato la pattuglia di parlamentari sopra descritta.
«Siete più forti voi, il vostro potere ci spaventa/come un missile che non risparmia nessuno/noi alla vita gli calchiamo la mano e ogni volta/che ci lascia insistiamo». Così canta Morsello, con qualche incertezza grammaticale ma nessun dubbio ideologico.
Continua - e non soltanto attraverso la musica - la sua militanza a destra: oggi è il leader di Forza Nuova, che ha fondato nel settembre 1997 insieme al camerata Roberto Fiore, 41 anni compiuti il 15 aprile scorso, ex terrorista di Terza Posizione. Fanno coppia fissa dal 1981, Fiore e Morsello: insieme sono fuggiti a Beirut dove sono stati ospiti in campi della Falange cristiano-maronita e, secondo un’inchiesta del quotidiano The Guardian, sono stati avvicinati da agenti del Mi6, il servizio segreto britannico. Se abbiano stretto rapporti di collaborazione con le barbe finte di Sua Maestà non è dato sapere, certo è che dal Libano sono volati a Londra, dove hanno impiantato una florida attività economica, al riparo dal pericolo che il Regno Unito concedesse all’Italia la loro estradizione.
L’impresa che hanno fatto crescere si chiama Meeting Point, offre viaggi internazionali a prezzi ragionevoli, «accomodation», cioè ospitalità in appartamenti, e anche lavoro temporaneo in Inghilterra. Agenzie del gruppo sono presenti anche in alcune città d’Italia, sotto l’insegna Easy London.

Reclutamento tra i giovani skinhead.


Una coppia di imprenditori di successo, Fiore e Morsello. Ma anche di militanti duri e puri. Da Londra, secondo la Digos romana, sono stati i registi di un gruppo neonazista, gli Hammerskin, che ha organizzato l’ala più politicizzata (in senso nazista) degli skinhead italiani. Ora, tornati a Roma (anche Fiore è rientrato nell'aprile 1999 dalla latitanza, dopo che il tribunale del riesame ha annullato il mandato di cattura che pendeva sulla sua testa), si stanno dedicando al loro nuovo movimento, Forza Nuova, nato dopo l’inchiesta sui naziski e poi subito gettata nella campagna elettorale per le amministrative e le europee del 13 giugno 1999.
Se Morsello è stato definito «il De Gregori nero», tutt’altra musica suonano i suoi ragazzi dalla testa rasata. Una galassia di gruppi e gruppetti in jeans, anfibi, maglietta e bretelle che pestano sulla batteria e torturano le corde della chitarra fino a produrre quel ciclone energetico di suoni e rumori chiamato musica Oi.
Nel processo di Roma contro i naziskin è stato portato come prova d'accusa un video autoprodotto da un gruppo di skin di Tivoli e sequestrato dalla Digos di Roma: vi si vedono ragazzini salutare la telecamera a braccio teso al grido di «White power!» o di «Heil Hitler!»; e poi «pogare» (ballare con grandi salti e vigorose spinte nel mucchio) al ritmo della musica Oi suonata da un gruppo che ha alle spalle bandiere naziste e stendardi skinhead. Ogni canzone ha una dedica: «Ai Digos boia»; «A quelle merde di Israele»; «Camerati, aprite di nuovo i vostri forni».
Musica dura e martellante anche quella degli Adl 122. Un gruppo dal nome istruttivo: Adl sta per «Anti Decreto Legge 122», cioè quel decreto proposto nel 1993 da Nicola Mancino (allora ministro dell’Interno) e poi trasformato in legge dello Stato, che recita: «è vietata ogni organizzazione, associazione o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi». In forza di questa legge, una pena severissima, da uno a sei anni di reclusione, pende sul capo non soltanto di chi organizza o partecipa a tali gruppi, ma anche di chi soltanto offre loro «assistenza».
Sotto i colpi della Legge Mancino sono già caduti Franco Freda e 38 esponenti del suo Fronte Nazionale: le condanne che li hanno colpiti sono proprio in questi giorni in discussione davanti alla Corte di Cassazione, che deciderà se farle diventare definitive. «è una legge liberticida e anticostituzionale, che condanna non per reati specifici ma per opinioni», sostiene l’avvocato Taormina, difensore di Freda. «Ma intanto Germania, Regno Unito e altri Paesi europei alle prese con violenze razziste ben più gravi delle nostre ce la invidiano, la nostra Legge Mancino», risponde a distanza un funzionario della Digos romana. «Come ci invidiano il cosiddetto Daspo, il provvedimento di polizia che in Italia permette di allontanare per un certo periodo di tempo dagli stadi i tifosi violenti».

E tra gli ultrà delle curve nere.


Gli stadi, le curve occupate dagli ultrà, sono per i gruppi naziskin il terreno di coltura, la riserva dove i leader più politicizzati pescano i militanti a cui offrire una teoria e una organizzazione. «Auschwitz la vostra patria, i forni le vostre case»: al derby Lazio-Roma del 1999 questa scritta campeggiava su uno striscione gigantesco, con il consueto contorno di croci celtiche e slogan neri. I leader dell’ultradestra romana hanno tentato perfino di superare gli odi di squadra, dando vita a un gruppo, Opposta Fazione, che vuole raccogliere insieme gli ultrà neri della Roma e quelli della Lazio.
A Verona la tifoseria più estrema era organizzata dal Veneto Front Skinhead, attorno a cui bazzicano personaggi che si muovono al confine tra diversi gruppi: gli skin, i cattolici tradizionalisti, i secessionisti veneti (ricordate i Serenissimi?). A Milano esisteva un club-pub, Spazio Libero, in cui skin e altri giovani di destra si ritrovavano a bere birra, ascoltare musica, partecipare a dibattiti e conferenze: un Leoncavallo di destra.
Ma dietro il folklore macabro dei naziskin da stadio, sostengono gli investigatori, nel corso degli ultimi anni si è organizzata una rete politica neonazista molto strutturata, con regole precise e fitti collegamenti internazionali. Sotto il simbolo di una coppia di martelli in marcia (da cui il nome Hammerskin). In un indimenticabile videoclip dei Pink Floyd (The Wall) squadroni di minacciosi martelli marciano ordinati come falangi pronte a scatenarsi contro i pakistani. Nella nuova iconografia della destra europea e americana, diffusa attraverso una miriade di siti internet, i martelli marciano contro ogni intruso etnicamente scorretto, contro ogni extracomunitario inquinante la Nazione Bianca, contro il mondialismo degli usurai (cioè banchieri) ebrei internazionali.

Gli Hammerskin.


«Dobbiamo assicurare l’esistenza del nostro Popolo e un futuro per i nostri bambini bianchi», predica David Lane, il profeta dei piccoli assassini di Littleton (15 studenti assassininati, nel 1999, in una scuola americana). In Europa lo seguono schiere ristrette d’affezionati, una chiesa sotterranea di fedeli alle sue «14 parole» e agli «88 precetti». 14 e 88 sono i numeri che compaiono spesso nella nuova iconografia nazi, cabala misterica per iniziati e insieme necessità di nascondersi per sfuggire a «leggi liberticide»: l’ottava lettera dell’alfabero è la H, così 88 significa anche HH, ossia «Hail Hitler».
La prima «fazione» (gruppo) Hammerskin è nata una decina di anni fa a Dallas, Texas. Poi il contagio si è diffuso e la bandiera con i martelli in marcia è stata piantata, oltre che negli Stati Uniti e in Canada, in Olanda, Germania, Svizzera, Gran Bretagna, Irlanda, Repubblica Ceca, Slovacchia, Francia, Belgio, Italia... Se gli skin sono (come dice il documento organizzativo europeo degli Hammerskin stilato ad Amsterdam) «l’élite giovanile proletaria», gli Hammerskin si prefiggono di essere «l’élite dell’élite», i migliori tra gli skinhead, scelti tra quelli che più si distinguono per l’orgoglio di essere skin, la fedeltà ai valori, l’amore per le tradizioni. Nuovi cavalieri di un medioevo postmoderno, sempre pronti a combattere per la Tradizione, crociati già schierati in difesa dell’Europa bianca e del Sacro Sepolcro in cui riposano Valori ormai ridotti a scheletro. Ogni «fazione» deve essere composta da almeno sei membri ed è regolata da una rigorosa disciplina e da una precisa gerarchia interna.
Ogni «fazione» elegge il suo vertice, cioè gli «ufficiali»: il Portavoce, l’Ufficiale di sicurezza, il Tesoriere, il Segretario, i quali dirigono il gruppo e i suoi «meeting», che devono essere settimanali o almeno mensili. Per diventare Hammerskin è necessario seguire una lunga trafila: il candidato deve già essere skinhead, deve essere presentato da un membro del gruppo (lo «sponsor»), deve sottoporsi a un’esame-intervista da parte di tutta la «fazione», che al termine lo allontana e vota; se all’unanimità il gruppo dice sì, allora il candidato diventa «prospect» e inizia un periodo di prova di almeno dodici settimane in cui deve dimostrare la sua fedeltà, il suo valore, il suo coraggio, la sua disciplina, la sua obbedienza ai capi. Al termine, un’altra votazione stabilisce se il «prospect» è accettato nel gruppo; se sì, allora riceve «i colori», ossia le toppe con i martelli in marcia: da quel momento è un Hammerskin. In ogni Paese c’è una «fazione madre» (in Olanda, per esempio, è quella di Amsterdam), che ha il potere di riconoscere e accettare, cioè «dare i colori», alle altre «fazioni» del Paese.
In Italia, la rete Hammerskin si era estesa da Cuneo a Varese, da Verona a Vicenza, dal Lazio al Sud. La «fazione madre» era a Milano, in contatto diretto con le «fazioni madri» dell’intera «Nazione Hammerskin» in Europa e nel mondo. E-mail, siti internet, fax, telefoni cellulari sempre accesi erano i canali della comunicazione Hammerskin, che avviene anche attraverso periodici party e concerti, nazionali o europei, e attraverso gli «Eom» («European Officers Meeting»), cioè incontri degli «ufficiali» inviati da tutto il continente. All’ultimo, avvenuto a Londra nel marzo 1999, hanno partecipato 35 capi hammerskin, tra cui un italiano.

I neri in Italia.


Se all’estero, in particolar modo in Germania, gli skin sono accusati di numerose azioni violente, fino all’omicidio di intere famiglie d’immigrati bruciati nei roghi delle loro case, in Italia le teste rasate non sono andate oltre qualche rissa, qualche scontro con la polizia, qualche assalto a gruppi dei centri sociali «rossi», oltre a molte violenze negli stadi. Un paio di morti, però, ci sono stati: un extracomunitario picchiato, inseguito e lasciato affogare nel Po a Torino; e un cittadino del Bangladesh ucciso nel 1996 a Frascati.
Una raffica d’inchieste giudiziarie, condotte con il grimaldello della temibile Legge Mancino, hanno mandato sotto processo decine e decine di skin (a Milano quelli di Azione Skinhead, a Verona quelli del Veneto Front e oggi, infine, a Roma gli Hammerskin...). Così oggi gli «skin d’élite», le teste rasate con i martelli in marcia, sono almeno apparentemente scomparsi. Certamente hanno cambiato tattica alcuni dei leader che avevano lavorato in quell’ambiente, cercando d’imporre teoria e organizzazione.
Roberto Fiore - imputato a Roma nel processo contro gli skinhead, con l’accusa di aver fornito da Londra consistenti «aiuti» agli Hammerskin - ha fondato il suo nuovo partito, Forza Nuova. Maurizio Boccacci - già leader del Movimento Politico, in cui molti skin militavano - è stato candidato sindaco a Frascati, nelle liste di Forza Nuova. Duilio Canu - ex responsabile della «fazione madre» italiana degli Hammerskin, quella di Milano, e ufficiale di collegamento con le altre «fazioni» della «Nazione Hammerskin» - è oggi il dirigente milanese di Forza Nuova. Alessandro Ambrosino - anch’egli ex Hammerskin, poi leader della protesta degli agricoltori contro le quote latte - ora è un dirigente di Forza Nuova, impegnato nella campagna per l’affermazione del marchio Compraitaliano.

Come è nata Forza nuova.


Più in generale, in Forza Nuova si sono riversate molte delle teste rasate, quelle più politicizzate: l’élite dell’élite dell’élite. Ma certo è comunque interessante la storia della nascita del partito più a destra dello schieramento italiano, più a destra di Alleanza Nazionale, accusata di avere tradito gli ideali del fascismo, più a destra del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore di Pino Rauti, accusato di essere diventato fiacco e troppo elettoralistico. Fiore e Morsello, dalla loro latitanza londinese, esercitavano una forte influenza su una serie di circoli di destra e sui militanti della Fiamma, specialmente i giovani.
Controllavano di fatto, attraverso militanti a loro collegati, il mensile Foglio di lotta, distribuito nelle file rautiane. Nel 1997 i conflitti interni diventano insostenibili: Rauti proibisce la distribuzione nelle sezioni della Fiamma di Foglio di lotta e richiama i camerati alla disciplina. Invano: interi gruppi si preparano alla scissione.
Fiore e Morsello, da Londra, indicano la data - il 29 settembre, San Michele Arcangelo, protettore della Guardia di Ferro di Codreanu - in cui, gettate alle ortiche le vecchie prudenze rautiane, nascerà finalmente una Forza Nuova.

Nasce il Fronte nazionale.


Negli stessi mesi, intanto, un gruppo di giornalisti di estrema destra riuniti attorno al giornale Uomo libero - Mario Consoli, Piero Sella, Sergio Gozzoli - forte di un rapporto politico diretto con il leader del Front National francese Jean Marie Le Pen, stava tentando di costituire l’omologo italiano, il Fronte Nazionale (niente a che vedere con l’omonimo movimento di Freda, almeno ufficialmente sciolto). Poi le cronache dall’interno, non si sa quanto attendibili, riferiscono di assemblee tumultuose, di confronti duri, addirittura di scontri fisici: Adriano Tilgher, braccio destro di Stefano Delle Chiaie, cala con i suoi nelle riunioni dove sta per essere varato il Fronte, si impossessa rapidamente del movimento nascente e gli fa prendere vita il 28 settembre, il giorno prima dell’annunciato avvio di Forza Nuova.
Tilgher, 52 anni, già arrestato con l’accusa di aver organizzato la strage sul treno Italicus, con Delle Chiaie (a sua volta indagato per la strage di Piazza Fontana e poi assolto) ha condiviso non soltanto il passato ormai remoto della strategia della tensione, ma anche il passato prossimo e non ancora spiegato di strani movimenti - la Lega delle Leghe (poi diventata Lega Nazional-popolare e infine Alternativa Nazional-popolare) - oggi sotto osservazione per individuare il ruolo che eventualmente ha giocato nel biennio 1992-93, nella stagione delle stragi di mafia e non solo