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Quei politici ci calunniano
e ci offendono

di Francesco Saverio Borrelli
e Gerardo D'Ambrosio

La lettera al Consiglio superiore della magistratura
firmata dal procuratore e del procuratore generale
della Repubblica a Milano


Nel corso del dibattito parlamentare intorno al disegno di legge di ratifica dell'Accordo italosvizzero sulle commissioni rogatorie e di modifica di alcuni articoli del codice di procedura penale, in particolare nella fase svoltasi al Senato della Repubblica e a margine della stessa, alcuni parlamentari hanno vantato fra i pregi della novella quello di impedire l'utilizzazione di prove false nella pronunzia di sentenze di condanna, apertamente sebbene genericamente riferendosi a condanne del passato e a procedimenti in atto. Si è trattato di asserzioni del tutto estranee all'economia delle argomentazioni escogitabili a sostegno di un provvedimento peraltro criticabile, e di fatto criticato ampiamente dai giuristi e magistrati italiani e stranieri anche, ma non soltanto, per la norma transitoria retroattiva che lo correda. Esse sono state recepite dai magistrati della Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Milano come calunniosamente offensive per un gran numero di loro oltre che di colleghi giudicanti, per l'istituzione giudiziaria, per le Autorità giudiziarie e politiche dei Paesi stranieri coinvolte paradossalmente nel sospetto di falsificazione. Esse sono tali da compromettere gravemente il prestigio della magistratura, da inquinare eversivamente la correttezza costituzionale dei rapporti tra i poteri, da gettare ombre sulla lealtà e affidabilità delle relazioni di cooperazione tra gli ordinamenti nazionali.

In nessuno dei casi, ai quali le impudenti
dichiarazioni intendono riferirsi, erano state finora sollevate in sede processuale questioni di inautenticità di documenti, ottenuti attraverso procedure rogatoriali in cui già nelle fasi estere le parti private avevano avuto ampia possibilità di dispiegare le proprie difese. Ma non v'è dubbio che tali prese di posizione abbiano recato oggettivamente un danno gravissimo alla credibilità di singoli magistrati, di interi uffici anzitutto quelli milanesi e dell'amministrazione della Giustizia, in questa pesantemente interferendo con accuse che non meritano neppure l'onore di una smentita e che si ritorcono per la loro volgarità contro chi le ha profferite. L'inquietudine provocata nelle file dei pubblici ministeri, non soltanto di Milano, rischia di esplodere in manifestazioni di protesta che, condivisibili o meno nella forma, sarebbero pienamente giustificate dall'imperativo di difendere una dignità personale e professionale che non deve poter essere impunemente calpestata.

Nelle nostre vesti
di Procuratore della Repubblica in carica (Gerardo D'Ambrosio) e di Procuratore Generale, già Procuratore della Repubblica di Milano (Francesco Saverio Borrelli), chiediamo formalmente con questa lettera aperta al Consiglio Superiore della Magistratura, tutore supremo dell'indipendenza dell'Ordine giudiziario, di voler assumere ogni consentita iniziativa per stigmatizzare pubblicamente la incivile, inammissibile violazione di principi di verità e di rispetto istituzionale, commessa in sede politica ai danni della magistratura per finalità di evidente ricaduta su procedimenti in corso. Con animo amareggiato ma con la fermezza radicata nella tranquillità di coscienza nostra e dei nostri colleghi, confidiamo che l'Organo di autogoverno voglia altresì accordare tutela alle persone, che sono state ingiustamente ferite in occasione e a causa del compimento del loro dovere. Al Consiglio Superiore della Magistratura, unitamente ai colleghi della Procura della Repubblica di Milano, i quali condividono questa iniziativa, porgiamo il nostro deferente saluto.

Gerardo D'Ambrosio e Francesco Saverio Borrelli

Milano, 5 ottobre 2001



Procuratore, grazie!

Il saluto a Gerardo D'Ambrosio, che va in pensione

di Armando Spataro


Cari amici, forse qualcuno di voi avrà letto sui quotidiani di ieri e di avant'ieri dei festeggiamenti che i suoi sostituti e tutti i magistrati di Milano hanno voluto dedicare a Gerardo D'Ambrosio, Procuratore della Repubblica di Milano, che ieri è andato in pensione, compiendo 72 anni, guarda caso, a breve distanza di tempo dal varo della legge che fisserà a 75 anni il nuovo limite di pensionamento (condivido in pieno, sia chiaro, le critiche dell'ANM a questa scelta).

Le cerimonie sono state toccanti e bellissima è stata la festa d'addio organizzata da alcuni giovani sostituti di Milano (tra cui il bravissimo cerimoniere Elio Ramondini): tutta la sua famiglia e i tanti anziani fratelli sono stati invitati a Milano, ospiti dei sostituti, e così qualche anziano giornalista in pensione e tutto è avvenuto all'insaputa di Gerardo. Quando è entrato nel locale della festa, si sono accese le luci, la band ha intonato un trascinante pezzo dei Blues Bros., centinaia di palloncini colorati sono stati lanciati dall'alto dai magistrati nascosti in una sorta di balconata stile locali di New Orleans.

Gli è stata regalata una bellissima gigantografia che immortalava lui e tutti i magistrati della Procura in ordine alfabetico, che, di nascosto, nei giorni. precedenti, si erano fatti fotografare in toga in uno studio fotografico allestito segretamente in Procura. Per tutti noi, della Procura e del Tribunale di Milano, una commozione superiore a quella del nostro Procuratore. Forse è retorica, ma, lasciandovi ovviamente liberi di usare il tasto "Canc", mi permetto inviarvi il testo del saluto che ho avuto l'onore di pronunciare nell'aula magna, nel corso della cerimonia ufficiale organizzata dall'ANM, durante la quale sono intervenuti anche il Presidente dell'ANM di Milano, il Presidente della Corte, Edmondo Bruti Liberati e ad uno straripante, coltissimo ed efficace Moni Ovadia.

Ho chiesto ad Ovadia di valutare la possibilità di pronunciare il discorso ufficiale alla cerimonia dell'inaugurazione del prossimo anno giudiziario (ovviamente al posto di quello del Procuratore Generale). Scusate questa intrusione: dedico il saluto a Gerardo ai tanti giovani magistrati che poco sanno di lui e degli anni lontani che abbiamo alle spalle

Armando Spataro




Cerimonia ufficiale di saluto
a Gerardo D'Ambrosio


Milano, 29 novembre 2002


Armando Spataro:

«Voglio innanzitutto ringraziare la Giunta distrettuale dell'Anm per l'onore che mi ha concesso chiedendomi di parlare in questa cerimonia di saluto a Gerardo D'Ambrosio. Non è un incipit formale perché il saluto a un padre è compito oneroso. Salutare un "padre" che se ne va è anche raccoglierne un po' l'eredità : ecco perché questa è per tutti noi una giornata importante. Restare al posto dei "padri" non è mai facile perché sempre suscita in noi sentimenti profondi e ambivalenti: di amore, di orgoglio e di fedeltà, ma anche di timore di non essere all'altezza del compito e qualche senso di colpa: loro se ne vanno e noi rimaniamo in quello che fu il loro posto. Perciò i riti del saluto sono così importanti, ma forse anche più importante è il tenerli a mente veramente, sia nei fatti ­ non dimenticandoli ­ sia dentro di noi, come modelli e come ispiratori di scelte e di comportamenti, anche quelli piccoli e quotidiani.

Non parlerò di D'Ambrosio come giurista, ma ricorderò alcuni episodi della sua e della mia vita. Dunque, non una celebrazione, ma una rievocazioneŠ dalla mia visuale, ovviamente parziale: del resto, con una carriera come la sua (12 anni, dal '67 all'ufficio istruzione di Milano, poi 9 alla Procura Generale dall'89 alla Procura di Milano come aggiunto e Procuratore) tanti sarebbero quelli che lo potrebbero ricordare per mille altre ragioni e meglio si me. Arrivai nel settembre '76 a Milano e nella Procura c'era Emilio Alessandrini, una specie di chioccia per tutti noi uditori: attraverso Emilio, conobbi Gerardo, che era all'Ufficio Istruzione ed era già un'icona.

Inadeguato di fronte a lui, mi toccò nel '77 un processo contro dei mafiosi italoamericani arrestati vicino a Milano in un summit, a loro dire finalizzato all'acquisto di una statua di S. Rosalia che doveva servire per una festa dei palermitani a Little Italy. Tre o quattro furono uccisi negli anni seguenti. Cercai di fare, come PM alle prime armi, tutto quello che era possibile fareŠ e dopo 40 gg. formalizzai l'inchiesta che finì proprio a lui, quale Giudice Istruttore. Gerardo D'Ambrosio, dopo avere letto le carte, mi chiamò: pronto a subire appunti e rilievi, mi recai da lui e mi trovai di fronte non solo a qualche suo apprezzamento che non avrei più dimenticato, ma anche davanti ad un giudice istruttore animato da un entusiasmo giovanile: progettava attività istruttorie ed elaborava strategia investigative con le energie del neofita. Non dimenticherò mai quel breve ed essenziale colloquio...

Il 29.1.79 , viene ucciso a Milano Emilio Alessandrini. Ricordo i lunghi discorsi a casa mia, le lunghe ore ed i pezzi di notte a chiederci il perchéŠe lui, un giudice come Gerardo, esperto di trame occulte, a chiedersi incredulo come un gruppo di terroristi di sinistra avesse potuto uccidere il suo PM preferito - di cui mi raccontava tanta umanità e voglia di vivere - il PM di Piazza Fontana. Forse preoccupato che un giovane PM potesse farsi ingannare dalle apparenze, mi riempiva di suggerimenti e la sua disponibilità era traboccante, così come quella di Gigi Fiasconaro, l'altro PM di Piazza FontanaŠ

E ricordo il suo affetto per Marco Alessandrini, il figlioletto di Emilio, che aveva nove anni e lo chiama Zio Gerry, come fanno ancora molti di noi. Il 19.3.80, gli stessi terroristi di Prima Linea, in parte le stesse persone fisiche, come sapremo dopo, uccidono in Università Guido Galli. Gli stessi interrogativi ci assillano, ma un anno dopo sapevamo di più e tutti, ormai, eravamo convinti che fossero stati proprio terroristi di sinistra. Ricordo, poi, la la piccola stanza di Guido Galli: la vedova di Guido a svuotare i cassetti delle cose personali, Gerardo, io ed un collega di grandi qualità : tra me e questo collega era sceso un muro da un anno per sciocche incomprensioni reciproche, forse frutto di quei tempi difficili, che dividevano. Gerardo ci spinse l'uno nella braccia dell'altro, lì in quella stanza. Mi ha regalato un amico e permise ad entrambi, con quell'abbraccio, di onorarne un altro, che non c'era piùŠ

E salto a più di dieci anni dopo: Gerardo, dopo il trapianto di cuore del luglio del '91, diventa testimone di speranza per chi soffre e non intende rinunciare ad essere se stessoŠaltri avrebbero compiuto scelte più comode né avrebbero, come lui, rifiutato occasioni di successo fuori dalla magistraturaŠ Era una incredibile la sua voglia di fare e di dareŠ che vorrei fosse conosciuta dai tanti, troppi colleghi (nessuno me ne voglia) pronti a scrivere pagine e pagine di osservazioni ai Dirigenti, ai Consigli Giudiziari, al CSM se capita loro in sorte o per errore di dovere fare un'udienza o una convalida in più del vicino. Gerardo con la mascherina, con le medicine, con mille precauzioni che scherza e ride ("ogni giorno in più è un giorno di vita che mi è regalato") ed ancora non sa cosa il futuro gli avrebbe riservato, quali onori ed oneri con Mani Pulite! Gerardo e gli stuoli di nuovi ammiratori ed ammiratrici che gli mandano fioriŠ Gerardo mai a disagio con il cuore nuovoŠ mai più debole di altri, mai meno coraggioso Gerardo che, con l'entusiamo che conosciamo, si lancia nell'avventura del giudice unico e della unificazione delle Procure.

Nel '97, mi tocca in sorte e per sua volontà, la sua difesa disciplinare: potete immaginare il peso della difesa di D'Ambrosio dinanzi al CSM. Ad un tratto, dopo 45' di arringa, come fanno i difensori più consumati, chiedo una breve interruzione della mia arringa, asseritamene perché stanco, ma, in realtà, per meglio carpire l'attenzione della sezione disciplinare per lo sprint finale. L'accusa è di parlare troppo con i giornalisti (a difesa dell'onore dell'ufficio e dei suoi sostituti, sia ben chiaro!), ai quali aveva affidato pesanti considerazioni su qualche Ministro. Mi ero sforzato di dimostrare la sua sobrietà nei rapporti con la stampa, ma, proprio in quella pausa, con i giudici della Disciplinare nell'atto di uscire dall'aula, decine di giornalisti gli si fanno incontro e lui, improvvisamente, si mette a rilasciare un intervista, lì nel plenum del CSM, tra microfoni e telecamere. Perdo la pazienza e letteralmente interrompo tutto con un discreto calcio a lui e spintoni ai giornalisti. E lui, candido, mi chiede: Ah, ma pensi che non dovevo?

Al CSM, il 17.3.99, in poche ore vivo forti emozioni per le decisioni da assumere ­ tutte quella mattina - riguardanti Borrelli (nominato PG a Milano), D'Ambrosio, aspirante PG a Roma e dai tre consiglieri del Mov. vanamente sostenuto (venne poi nominato Procuratore a Milano il 21.7.99) e Minale (aggiunto della Procura, nominato Pres.te del Tribunale di Sorveglianza): la mia Procura, la mia seconda famiglia "ribaltata come un calzino", direbbe Davigo: ed io lì a parlare di ognuno di loro ed a ricordare, in particolare, che Gerardo rappresenta un pezzo di storia di questo Paese, da Piazza Fontana alla morte di Pinelli, dall'inchiesta sui falsi danni di guerra al terrorismo ed ai sequestri di persona, da Calvi ai primi passi della DDA di Milano, fino a Mani PuliteŠ. Un bagaglio unico di esperienze giudiziarie. La storia giudiziaria d'Italia coincide in buona parte con quella professionale di D'Ambrosio Vicende tragiche e sconvolgenti che ha affrontato sempre, da uomo libero, spesso anche con il sorriso profondo, un po' malinconico e disincantato, che conosciamoŠ

Ma sempre da vero duro perché, come diceva Chandler della sua creatura, l'investigatore Philip Marlowe, i veri duri non sono mastini dalla mascella quadrata ma romantici senza speranze. Che sanno sorridere, provare emozioni e, dunque, sanno anche piangere. E' diventato per i cittadini simbolo di indipendenza di giudizio, di umanità e generosità... doti mai dismesse, neppure quando nell'aprile del '95 venne sventato un attentato alla sua vita o quando una ex collega della Procura, ora fuori dalla magistratura e scomparsa anche dalla scena politica (senza che, a dire il vero, se ne senta la mancanza) insinuò che avesse percepito del denaro per atti contrari ai suoi doveri o quando furono disposte contro di lui inchieste e supplementi di inchieste.

Non è giorno, questo, almeno per me, di analisi della politica giudiziaria che marcia a passi frenetici in Italia, squassando la giurisdizione e compromettendo l'efficienza del sistema, ma sento di poter dire ai fautori della separazione delle carriere o delle funzioni che se vogliono in questo paese, come noi auspichiamo, giudici vigili e conoscitori delle dinamiche investigative da un lato e p.m. animati dalla vera cultura giurisdizionale dall'altro; se vogliono giudici e pm liberi come D'Ambrosio, preservino, per cortesia, l'unicità della giurisdizione e delle carriere.

A meno che la triste verità sia che non si vogliono magistrati di questo calibro professionale, di questo spessore morale e che si vogliono invece pm funzionari e giudici notai! D'Ambrosio rimarrà per la società italiana un punto di riferimento non solo morale, ma reale, concreto; e, come quella di Borrelli, la sua voce sarà sempre ascoltata con rispetto ed attenzione: è sempre stata la voce di un riformista vero, senza pregiudizi, ma dai valori profondamente radicati! Ma, come Borrelli, Gerardo ha pure ritenuto che fosse suo dovere reagire ai gravi attacchi subiti dal suo ufficio e così difendere la magistratura intera; diciamolo: non sono molti i capi dell'ufficio capaci di farlo. Egli rappresenta non solo un'immagine di professionalità e specchiata onestà e correttezza, ma l'essenza del nostro ruolo: il dover essere!

Borrelli e D'Ambrosio: due magistrati e due persone diverse, con stili diversi.. accomunati dall' amore e dalla considerazione di chi lavorava con loro. Il successore di Gerardo incarnerà un modello di Procuratore ancora diverso: ma io prego il cielo che, come i suoi predecessori, sappia alimentare, con le sue qualità e la sua indipendenza, il senso dell'appartenenza a quest'ufficio che i sostituti e gli aggiunti di Milano, da molti anni ormai, portano orgogliosi dentro di sé.

Gerardo D'AMBROSIO, come magistrato e come uomo, avrebbe meritato ben altre parole che non le mie, modeste nei contenuti e incerte per l'emozione, sicchè, voglio finire cercando di suscitare il vs. sorriso: nel processo disciplinare in cui lo difesi, vi era un capo d'incolpazione, relativo ad una frase pronunciata da D'Ambrosio dopo le gravi dichiarazioni del Ministro Mancuso al Senato. La stampa l'aveva pubblicata il 13 maggio '95, e noi provammo che si trattava di una frase pronunciata non in un'intervista, ma al bar, scherzando con colleghi e che era stata carpita da qualche giornalista che si trovava a pochi metri. Fu così assolto, come per ogni altra incolpazione. La frase era questa : "...è per l'esistenza di procuratori generali come questi che per anni è potuto accadere quello che è accaduto in una situazione di sostanziale impunità. Di fonte a magistrati come questi uno cerca di consolarsi pensando che prima o poi andranno in pensione. E invece quando vanno in pensione li fanno ministri".

Dico ora a Gerardo: magari, come Borrelli, non avrai neppure tu l'Ambrogino d'oro, il riconoscimento che Milano offre ai suoi cittadini illustri, ma la nostra consolazione e speranza sono esattamente opposte a quelle cui alludevi nella tua battuta; le potrei così sintetizzare, pensando a te o a Borrelli: "è per l'esistenza di magistrati come questi che la gente può ancora avere fiducia nella giustizia. Di fronte a magistrati come questi uno si dispera sapendo che un giorno andranno in pensione. Ma si consola, sognando che, prima o poi, potranno farli ministri". Magari è difficile che questo sogno si realizzi, specie nell'immediato... ma insomma: ci possono scaricare addosso rogatorie e legittimo sospetto, ma non impedirci di sognare».

 

 

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